Editoriali | 27 marzo 2025, 10:11

Difesa europea a debito: un bel problema… con il debito mondiale a 100mila miliardi. Di Carlo Manacorda*

La politica sta decidendo se l’UE deve disporre, e con quali modalità, di una difesa comune. La questione è ancora molto fumosa. Limitiamoci allora, tanto per cominciare, a considerarne gli aspetti economici. Per nulla secondari, in realtà, giacchè è di notevole interesse, per noi cittadini, sapere da dove arrivano quei soldi

Difesa europea a debito: un bel problema… con il debito mondiale a 100mila miliardi. Di Carlo Manacorda*

Vero o non vero, ma sembra che tirino venti di guerra. L’Unione Europea (UE) ― fortemente impegnata nello sfornare regole per il mercato delle pere e delle mele e per le etichette del vino e nell’ammonire gli Stati membri a non fare bilanci con troppi buchi (Stati sempre più sordi ai suoi richiami) ― dopo circa 70 anni dalla fondazione (Trattato di Roma del 25 marzo 1957 che istituisce la Comunità Economica Europea) s’accorge che, se vuole contare nel mondo come potenza, ha bisogno anche di una difesa comune.

Dunque, il 19 marzo 2025, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen presenta il “Libro bianco sulla difesa europea. Preparati per il 2030”. Il Piano previsto nel Libro consente una spesa fino a 800 miliardi. 150 miliardi saranno raccolti dalla Commissione europea sui mercati finanziari e dati in prestito agli Stati membri per coprire le spese dei propri piani nazionali di difesa. 650 miliardi potranno essere spesi dagli Stati anche fuori dai vincoli di bilancio stabiliti dall’UE. In soldoni, l’UE emette obbligazioni fino a 150 miliardi e darà a prestito il ricavato agli Stati che ne faranno richiesta. Gli Stati faranno i piani per un potenziamento delle loro Forze Armate e se lo pagheranno. Probabilmente, facendo debiti.

Vuole il caso che, il 20 marzo 2025, l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) abbia presentato la 2^ Edizione del “Rapporto sul Debito Mondiale 2025”. Il totale di questo debito è di 100mila miliardi.

La politica deciderà se l’UE deve disporre di una difesa comune, e con quali modalità. Bisogna infatti dire che la questione è ancora molto fumosa. Un esercito comune? Parrebbe impossibile. Un coordinamento di forze armate di ciascun Stato: chi comanda? Con quale contributo di uomini e mezzi da parte di ciascun Stato? Sono tutti nodi ancora da sciogliere.

Qui interessa soltanto fare qualche riflessione di natura economica correlando le grandiose dichiarazioni dell’UE ― che la Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni ha definito “roboanti” ― con i fondi, concretamente inesistenti, che occorrerebbero per sviluppare un programma di difesa comune. Ma, si sa, tutta la politica è abituata a “sparare grosso” per le risorse finanziarie che si prevedono per fare qualcosa: “Abbiamo stanziato tot miliardi per….”, senza mai precisare che la parolastanziarenon vuole dire che i soldini sono lì, disponibili per essere spesi. Neppure si sa quando e come arriveranno. E’ un “modo di dire d’effetto” per colpire il cittadino, e per strappargli il voto.

Tenendo conto dell’ammontare del suddetto debito mondiale, il momento non sembra tra i più favorevoli per attingere soldi dal mercato dei capitali. Tuttavia si sa che, nel mondo, circolano migliaia di miliardi di soldi liquidi alla ricerca di investimenti redditizi. E se l’investimento negli armamenti è redditizio, sicuramente non prevalgono scrupoli morali. E’ stato sufficiente l’annuncio di un piano di riarmo dell’UE per far aumentare, immediatamente, il valore delle azioni delle industrie belliche.

Se però UE e Stati membri dovranno ricorrere ai prestiti per disporre dei capitali per aumentare i mezzi di difesa, per ottenere questi prestiti dovranno offrire tassi d’interesse sempre più elevati. E questo significherà costi crescenti nel bilancio degli Stati per pagare gli interessi.

L’UE e ciascuno Stato faranno i conti con il proprio bilancio. Per l’UE non è un problema. Chiederà agli Stati membri di aumentare le contribuzioni per garantire il suo funzionamento. Ma ciascuno Stato dovrà guardare al proprio debito pubblico per vedere se c’è qualcosa da rosicchiare.

A questo proposito, il nostro Paese non parte da una posizione brillante. Secondo gli ultimi dati della Banca d’Italia, il debito pubblico nostrano oggi è di 2.965,7 miliardi ― un po’ meno dei 3.004,3 miliardi di un mese fa. Nel 2025, questo debito costa già agli italiani oltre 100 miliardi. Ma il bilancio dello Stato lo prevede, nel tempo, in crescita.

Ancora leggendo il bilancio dello Stato ― e sebbene si affermi che i nostri conti pubblici vanno bene (“abbiamo messo in ordine i conti pubblici, ora sono sotto controllo, etc.”) ― si viene a sapere che, nel 2025, lo Stato prevede di incassare 687 miliardi, ma prevede di spendere 1.219 miliardi. Per coprire tutte le spese, deve dunque già fare debiti per 532 miliardi. Di questi, 284 miliardi servono per rimborsare i debiti in scadenza, e 248 miliardi sono di nuovo debito.

Per concorrere alle maggiori spese richieste per la difesa, ha necessità di altri 40 miliardi. Tenendo conto del quadro descritto prima, per disporre di questa somma non può che fare altro debito. Finora, le classi politiche non hanno manifestato alcuna intenzione di voler ridurre le spese statali, a partire da quelle per il loro mantenimento. Però le stesse classi sguazzeranno nella discussione se occorrerà aumentare il debito per finanziare la difesa propria e dell’UE o restare fuori dal gioco.

Per non passare per i poveracci dell’UE, però alla fine occorrerà fare qualcosa. E si concluderà: embè, cosa importa? L’UE ci assicura che, sulle spese belliche, non ci controllerà più. Gli interessi del maggior debito li pagheranno le generazioni future. E poi, vogliamo passare per quelli che desiderano la fine dell’UE non dandole ciò che chiede per la difesa comune?

 

Carlo Manacorda * Economista ed esperto di bilanci pubblici